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23 Novembre 2012, 09.15

Terza pagina

Di Pietro e lo gnommero

di Leretico
Oggi Leretico si scapicolla in un paragone politico-letterario gustoso: da una parte il "don Ciccio" di Gadda, dall'altra il politico fondatore dell'Italia dei Valori. Valori di chi?

Il commissario Francesco Ingravallo, detto don Ciccio, funzionario investigativo alla mobile di Roma alla fine degli anni venti, molisano, è il protagonista scarmigliato del romanzo più famoso di Carlo Emilio Gadda (1893-1973): Quer pasticciaccio brutto de via Merulana (1946).
Ingravallo mi ricorda pirandellianamente un altro famoso molisano dei giorni nostri: Antonio Di Pietro, detto Tonino.
 
Dico pirandellianamente per sottolineare il parallelo, lo scambio di identità che si potrebbe tentare tra i due: il primo una maschera della fantasia, l'altro della tragica realtà.
Credo che don Ciccio Ingravallo al paragone con Di Pietro si sarebbe adombrato, anche se non era un tipo permaloso.
Avrebbe comunque apprezzato il dipietrese intercalare molisano del suo collega, molto evocativo, molto simile al suo.
 
Quando si parla di Di Pietro invece bisogna stare molto attenti, vista la sua strabiliante capacità di far soldi con cause per diffamazione.
Negli ultimi anni ha avuto introiti da questa fonte per circa un milione di euro.
Tutte vittorie le sue, nessuna sconfitta: Tonino è abituato solo a vincere, i suoi avversari li "sfascia". Sembra infatti che la sua conoscenza di regole e magistrati giudicanti abbia un peso micidiale contro chi osa criticarlo.
 
Stante le sue ultime dichiarazioni alla trasmissione Report della giornalista Milena Gabanelli, questo milione di euro sarebbe stato investito in proprietà immobiliari.
Sinceramente, essendo venuto a conoscenza che l'ex pm deve rifare il bagno della sua casa di Bergamo, non gradirei per nulla la parte di forzato finanziatore di ceramiche reggenti dipietreschi glutei, destino di chi perde una causa per diffamazione contro di lui.
Cerco quindi di contenermi, mi sfogherò altrimenti.
 
Nella trasmissione della Gabanelli, andata in onda il 28 ottobre 2012, di fronte alla giornalista inviata che lo incalzava sulle proprietà sorte come funghi dopo la fondazione dell'IDV, Di Pietro risponde con impaccio, non trova lì per lì giustificazioni valide e comprensibili.
Anche dandogli l'attenuante del linguaggio "dipietresco", da lui stesso inventato ma a pochi comprensibile (nell'intervista per esempio afferma con nonchalance che "sua moglie non è sua moglie", alla faccia del principio di non contraddizione), ci sorprende che la sua solitamente acuta e prontamente pronta mente di inquisitore si ingarbugli tra un appartamento e l'altro, tra un milione di euro e l'altro.
 
Ma tant'è, il suo impaccio è in video e in rete, a dimostrare che non si aspettava proprio domande di quel genere, inchieste di quel genere.
Ma che "c'azzeccano" i valori immobiliari con l'Italia dei Valori? Ingravallo, "raccolte a tulipano le cinque dita della mano destra," avrebbe altalenato "quel fiore nella ipotiposi digito-interrogativa tanto in uso presso gli Apuli" e avrebbe affermato: "ca nisciun' è fess!"
 
Qui incombe uno gnommero, un garbuglio da sgarbugliare: i valori in gioco non sono astratti, sono concreti, molto concreti.
Sembra che una specie di malattia, un'anfibolia, perseguiti Di Pietro e i suoi più stretti collaboratori: si confondono: dovendo scegliere tra valori etici e valori monetari, propendono per i secondi.
Giustamente prima la concretezza poi la filosofia, con la filosofia "nun se magna".
Ma Ingravallo dissentirebbe, lui che usava parole strane, che mormorava tra sé di Immanuel Kant e delle "cuasali" pronte a organizzarsi "come i sedici venti della rosa dei venti quando s'avviluppano a tromba in una depressione ciclonica", uomo saggio e conoscitore dei propri simili, dissentirebbe scuotendo in silenzio il capo di fronte ai valori dileggiati, prostituiti, infangati dai vari Maruccio, Fiorito e sodali.
 
E alle querule difese di Di Pietro risponderebbe: "ca i cunt' nun tornano".
Insomma l'Italia dei Valori contabili non quadra e non convince.
Tonino ha scacciato a suo tempo i vituperati socialisti di Craxi, ha umiliato i democratici cristiani di Forlani, ha dimenticato per strada i democratici di sinistra, per mancanza di tempo certamente, e alla fine del gioco si è candidato perché le camere parlamentari erano ormai troppo vuote, a quel punto quasi deserte.
Esse sentivano la mancanza di uomini nuovi e "benedettiddio" puliti.
 
Basta con gente che ambiguamente potesse acquistare vestiario gratis in alcuni negozi, basta con rappresentanti delle istituzioni che avessero stranamente a disposizione mercedes a basso prezzo, che disponessero di prestiti troppo facilmente.
Alla Camera e al Senato si doveva fare pulizia.
Tonino nel '92 la fece davvero e per questo merita oggi di diventare Presidente della Repubblica, non della Repubblica delle banane ovviamente.
 
Grillo gli ha dato il suo imprimatur: con Tonino l'Italia dei Valori diventa un Italia più seria, diventa l'Italia dei malori e a noi che invece sognavamo l'Italia dei colori non ci rimane che l'Italia dei dolori.
A parte le rime, oggi siamo punto e a capo, da allora poco o nulla è cambiato, la politica serve per arricchirsi facendo finta di preoccuparsi del bene comune.
Immagino con un certo terrore un'Italia con Tonino Presidente della Repubblica e Grillo Primo Ministro, ma la cosa non è molto lontana dalla realtà.
 
Gadda il suo "Pasticciaccio" non lo terminò, anche se Ingravallo la soluzione ce l'aveva in mano.
Come a dire che dal garbuglio, dallo gnommero, è impossibile uscirne con la verità.
Lo stesso accadrà con Tonino e la sua Italia dei Valori: rimarrà uno gnommero ingarbugliato, rigorosamente molisano, tristemente italiano.

Leretico
 
- in foto: scena del film Un maledetto imbroglio, di Pietro Germi, riduzione cinematografica del romanzo Quer pasticciaccio brutto de’ via Merulana di Carlo Emilio Gadda
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