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23 Aprile 2021, 06.32

Racconti contadini nella Resistenza

Il vecchio noce

di Giuseppe Biati
Si avvicina il 25 aprile. Pubblichiamo volentieri questo bel racconto di Giuseppe Biati, uomo di scuola, storico e fine conoscitore dei sentimenti che animano i valsabbini

Presso il mondo contadino la grande casa, quella di un tempo, costituiva una rappresentazione della vita familiare, con i suoi aspetti pi intimi e reconditi, pi nascosti e pi inviolabili, pi semplici e pi comuni che lumile luogo offriva, negli affetti e nei dinieghi, nelle sofferenze e nelle gioie, nelle abnegazioni e nelle difficolt.
Resisteva la consueta struttura: la grande cucina, dove tutti abitavano e consumavano; le piccole camere, dove il tepore permaneva, assieme agli oggetti della sacralit e dellintimo familiare.

Gli oggetti erano tanti, tutti poveri: da quelli del focolare con pentole, secchi, sgabelli, a quelli del lavello con piattaie, mestoli, vasi; da quelli dellangolo di lavoro con filarelli e canocchie a quelli della lavorazione del latte.
Anche i mobili erano di semplice impianto: la farinera, centrale nella disposizione strategica di dispensa quotidiana; i letti delle camere alti, come quasi ad arrampicarsi per raggiungere il riposo; gli armadi essenziali per un vestiario della festa e dellogni giorno che viene.

La tavola, presso la civilt contadina, era il centro della cucina e, in forma pi ampia, della casa.
Con le gambe tornite e un capace cassetto che conteneva tutte le posate era lappoggio per i mille lavori diurni e serali, femminili e maschili. Di solito in legno dabete (per i pi benestanti, di noce), era coronata da un numero di sedie impagliate congruo alla quantit dei componenti la famiglia.

Sedie di legno, con sedile di paglia intrecciata e schienale di assicelle orizzontali leggermente incurvate, a seguire la conformazione del dorso.
I bambini, non ancora in grado di stare seduti sulla sedia e di arrivare comodamente al piano della tavola, sedevano sul seggiolone.
Anche il seggiolone aveva il sedile impagliato e, spesso, recava un tondo buco al centro per agevolare il bambino nei suoi bisogni.
Le famiglie pi povere costruivano il seggiolone dei piccoli usando pali squadrati e debitamente incastrati. Gli altri lo acquistavano alle fiere o lo facevano costruire dal falegname del paese.

Le porte delle case dei contadini spesso erano senza serrature: si chiudevano con semplici stanghe di legno inserite in due buchi laterali della muratura.
Non mancavano, per, solidi esemplari di serrature in ferro battuto, con chiavi altrettanto belle.
La madia per la farina era il mobile dispensa della casa. Di solito, conteneva, in tre scomparti diversi, la farina bianca, quella gialla e la crusca.
Con la farina bianca la donna di casa preparava quasi quotidianamente su unasse apposita la pasta per le minestre feriali e i ravioli o casoncelli festivi.
Farina gialla, acqua e sale erano gli ingredienti per ottenere la tradizionale polenta, piatto consumato con troppa ripetitivit, fino al punto di far dilagare la pellagra, la malattia dei poveri.

Nel cortile di casa o ra troneggiava, immenso,
con i suoi lunghi e nodosi rami, un antichissimo noce: era la pianta regina del cortile della casa contadina. Lalbero, per limponenza e la vecchiaia, era qualcosa di pi di un simbolo.
Era stimato, per la grossezza del tronco, pluricentenario.
Allombra dei suoi rami, sul terreno reso completamente nudo dalla capacit inibitoria delle foglie allo sviluppo di altre piante, le buche del gioco a cicche avevano trovato la giusta accoglienza per il gruppetto di vispi ragazzini, fratelli e cugini, tutti in armonica scala numerica che non prevedeva carenza di vuoti.

Ogni anno, nella famiglia patriarcale della corte,
se non era un fratello a trovare il respiro, era un cugino, una cugina. Tutti armoniosamente in scala, come se costituissero il pianoforte delle opportunit.
Su tutto questo mondo agricolo e sociale vigilava il maestoso albero del noce, frondoso custode di tutti i tempi passati.
I suoi frutti costituivano una vitale risorsa nutritiva e, per lingente produzione, un sicuro aiuto alle magre economie curtensi della vicenda contadina del tempo.

Si saliva sulla grandiosa pianta e,
con una lunga ed uniforme pertica, si battevano le noci che venivano raccolte in appositi cesti di vimini.
Dopo la raccolta, avvenivano, sui solai, lessiccatura e la cernita, perch le migliori venivano vendute ai negozianti e le piccole pronte per lartigianale spremitura per ricavarne olio.
Allora erano soprattutto i solai i pi idonei essiccatoi.
Le noci sul solaio venivano settimanalmente girate e rigirate con un apposito rastrello e il rumore era tale da sembrare al fragore del tuono. Cos, quando durante i temporali scoppiavano i tuoni, si diceva ai bambini impauriti di non temere che era il Signore, in cielo, che rigirava le noci.

Era un mondo di semplicit connaturata alla frugalit quello contadino, di sani ed inderogabili principi etico-religiosi, non tanto perch impressi dalle evangeliche esortazioni delle prediche domenicali, ma insito in una quotidianit che aveva il carattere, sublime, dellonesta partecipazione alla implacabile (questa s) ruota della vita.

A sconquassare questi ritmi rurali ci furono soprattutto le guerre, di indipendenza, la prima guerra mondiale , le guerre coloniali, la seconda mondiale.
Si appoggiavano sulle scelte di pochi con lassordante rumore dei loro proclami e sulle deferenze di molti, obbligati dalle propugnate e mentite spoglie per la difesa di una patria alla quale loro, i contadini, appartenevano solo numericamente, senza rappresentanza, senza diritti se non quello del sacrificio della loro vita e della loro esistenza: carne da cannone di inutili guerre (Benedetto XV defin la prima guerra mondiale una inutile strage) e di (in)giustizie sommarie.

Con la seconda guerra mondiale, dopo un ventennio di regime fascista, dove contava solo il potere non disgiunto dalla violenza, il mondo contadino ingross le fila di un esercito di cartone, reso forte e possente solo dalle azioni propagandistiche nazionalistiche, che affront le diverse campagne belliche intraprese con linavvedutezza dellimpreparazione e la sconsiderata sete di conquista dei suoi capi.
Spagna prima, poi Albania, Grecia, Africa, Russia furono solo alcune delle tragiche tappe di avventati percorsi di tragedia e di morte, nel sudicio fossato della storia.

I fatti dell'8 settembre del 1943, con l'armistizio, fecero dell'Italia un Paese allo sbando: con l'illusione della pace, gli italiani si avviavano a un lungo periodo di stenti, di bombardamenti, di rappresaglie e di guerra civile.
La data dell'annuncio dell'armistizio con gli Alleati e della fine dell'alleanza militare con la Germania fu anche la data della dissoluzione dell'esercito italiano e dei primi episodi di Resistenza contro i tedeschi .
E, con la Resistenza, crebbe anche la capacit critica del popolo, quello pi dimesso, quello della obbedienza cieca.

I figli del popolo iniziavano ad optare per la renitenza
, per la diserzione, per la riluttanza, per il rifiuto.
Anche nella grande casa contadina, dove i figli abbondavano, come le noci, perch sono benedizione di Dio, le defezioni al fascismo e alle sue manifestazioni erano numerose.
La macchia, il bosco, la montagna accoglievano i diversi pensieri dei giovani figli delle classi pi deboli.
Avevano linnata ritrosia del manifestarsi, timidi e ingarbugliati, ma ferrei nelle decisioni e dipendenti dal labbro di chi dellintellettualit esercitata sui banchi della scuola alternativa o degli oratori ispirati si ergeva a guida.
Fulgidi erano gli ideali, tali da rapire mente, cuore e intero corpo.

Antonio, il figlio maggiore del contadino, quello cresciuto sotto limmenso albero del noce, aveva maturato la sua decisione.
Chiamato alle armi nella Repubblica Sociale di Sal, aveva scelto i monti, la latitanza come primo approccio e, man mano, il gruppo dei giovani renitenti aumentava cresceva anche la partecipazione al dibattitto politico, al sogno di un avvenire lontano dalle violenze morali e fisiche di un fascismo rivelatosi in tutta la sua scellerata empiet.

Si doveva lottare per unItalia libera e giusta.
Ne aveva accennato ai coetanei, ai genitori, ai fratelli che seguivano nella scala cronologica. Il loro doloroso silenzio, se inizialmente risultava per il giovane un accorato distacco, si era manifestato poi in un implicito assenso.

Era sui monti.
La montagna il luogo dei silenzi primordiali e delle bufere di vento e di neve, delle assolate calure estive, del dilemma e del mito, della roboante dettatura del Decalogo e della serena scansione delle Beatitudini; il regno della solitudine metafisica che pu generare paura, come se fosse la prima pulsione del coraggio.
Era anche il significativo luogo della scelta, della resistenza, del ripudio agli orrori di una societ non pi riconducibile allinterpretazione fedele e cultuale dellumanit.
In paese, ormai, tutti sapevano della scelta del giovane renitente.

La rabbia e il livore del podest si erano scagliati contro la famiglia contadina.
Minacce, ingiunzioni, perquisizioni se avevano la iniziale finalit di far rientrare il ribelle, avevano poi intrapreso la strada della punizione totale ed esemplare.
Lo cercheremo, il tuo figliuolo! Lo scoveremo nei nostri rastrellamenti; te lo porteremo a casa!.
Erano queste le costanti e denigratorie espressioni di sfida rivolte alla famiglia.

Ma, poi, con il passare del tempo, aumentava anche il livore repubblichino, crescevano i toni, le minacce, le intimidazioni.
Lo cercheremo, il tuo figliuolo! Lo scoveremo con i nostri cani; te lo porteremo, vivo, per fartelo vedere appeso al ramo pi alto del tuo noce!.
La devastazione dellanimo era entrata nelle fibre del povero padre, che non si dava pace al pensiero: Appeso, al nostro noce!.

Limmagine prefigurata aveva raggelato il sangue e tagliato le arterie.
La notte, nel letto, port, con la sua tetra oscurit, convulsi pensieri di tragicit e di morte.
Si gir, si rigir, sospir, risospir, si raggomitol, abbandonato dal sonno infedele. Si consult con la moglie, aggiungendo angustie al dolore e alla premonizione.
Non doveva succedere, fu la sua scelta.

Il mattino giunse felpato e lento come il passo del gatto, ma gravido di importanti decisioni.
Laccetta, la sega, gli strumenti del taglio erano tutti approntati, vogliosi delloperazione ultima.
Il primo colpo part secco ad intagliare la base del grande fusto; ne seguirono altri, rabbiosi, alternati, cadenzati, energici, furiosi.
Le bianche e lignee schegge, proiettate per ogni dove, impazzivano nellaria come lucenti scintille.

Lalbero stramazz a terra con il ferale schianto del cedimento improvviso, come morente da piangere, nella sua possanza antica, inconsapevole partecipe di un tragico e disperato gesto insieme di sofferenza, di ribellione, di amore.

Giuseppe Biati

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