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02 Gennaio 2014, 07.52

Lettere

Napolitano e la retorica di fine anno

di Dru
Partendo io con i miei scritti dal capo dello Stato e il suo discorso di fine anno, riscontro che la sua preoccupazione maggiore è quella di difendere la sua persona...
 
...e lo spirito di sacrifico animato dal proprio ruolo istituzionale nei confronti di calunniose voci intorno il suo presunto strapotere, assicurando  tutti noi che il suo secondo mandato sarà breve e necessario, necessario allo svolgimento regolare, e da lui regolato, delle necessarie operazioni istituzionali atte al risolvimento delle pratiche politiche e dalle difficoltà che queste incontrano quotidianamente, si fa garante.
 
Come questo sia conciliabile con quanto è sotto gli occhi di tutti è una contraddizione che solo la fiducia illimitata alle parole pronunciate dal capo dello Stato  può sciogliere.
Solo credendo alle parole di  un uomo ormai vecchio e stanco qualcuno può credere che l'immobilità e la cronica difesa dello "status quo" (della rendita di posizione) può  essere sciolta  da un potere politico volto alla difesa di interessi che nulla hanno a che vedere e combaciare con gli interessi generali.
 
A inizio del suo discorso Napolitano volge il suo richiamo verso quel ruolo di garanzia che lo pone al vertice delle istituzioni, ascolta i "lamenti" di un imprenditore che lo esorta al cambiamento, che gli propone lo stesso sacrificio che egli sopporta, gli stessi tagli e le stesse economie .
Ma si capisce bene che sono parole dettate dalla retorica istituzionale quando, subito dopo, da contrappasso si rivolge a quelle famiglie e ai sacrifici dei loro famigliari in quelle missioni di pace che sono l'evidente perdita di sovranità e di denaro pubblico, di uno stato che proibisce in costituzione queste missioni, che di pace non sono, ma le pratica per servilismo e sudditanza nei confronti di altri stati molto più potenti a cui non possiamo dire di no e per cui non possiamo fare altro che ubbidire, se vogliamo solo credere di poter contare.
 
Cosa centri questo con il termine "pace" è un mistero che solo il linguaggio riesce a risolvere.
Qui si nasconde la verità del termine necessità, siamo obbligati, da interessi sovranazionali, ad ubbidire a logiche che nulla hanno a che fare con la sovranità del nostro Stato o al sacrificio in-giusto di vittime inermi e solidali a questo scopo.
Si direbbe allora un colpo al cerchio e un colpo alla botte, accontentare il privato e ricambiare l'attenzione, riservatagli con lo stesso  tenore,  anche al pubblico.
 
Al termine del suo lungo discorso, concentrato alla retorica dell'unità a tutti i costi, che Napolitano riserva per lo stato ma espande oltre, ad un' Europa che può essere vera solo nei termini in cui riflette e progetta un continente solidale e corrispondente i principi che la ispirano, principi diretti alla difesa dei più deboli e dei più bisognosi, delle minoranze e delle diversità, Napolitano riserba  il termine del suo discorso ad uno  dei filosofi più importanti della nostra epoca recente, Benedetto Croce, definito da lui come eminente intellettuale.
 
Dice Croce "senza la politica nessun proposito, benché nobile che sia, giunge alla sua pratica attuazione".
Questo finale concluso alla strenua difesa dell'indifendibile Monti, sua creatura, voluto da lui senza il vaglio della politica e della pratica elettorale ,  dimostra quanta retorica alligni nel discorso di fine anno del nostro presidente ormai vecchio e stanco.
 
Alle scuole di recitazione insegnano che per un errore commesso nella rappresentazione di un ruolo, l'errore più grossolano è quello di rimarcare questo errore cercandone giustificazione, è sempre meglio fingere che nulla sia accaduto realmente e continuare con la propria recitazione, comincia a risultare che Napolitano non è neppure un buon attore?

Dru
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