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01 Giugno 2014, 09.51

Quaderni di Cinema

Welcome to New York, le tenebre di Abel Ferrara

di Nicola Cargnoni
Il nuovo e cupo film di Abel Ferrara, un viaggio negli abissi delle deviazioni umane, è stato presentato a Cannes e distribuito in contemporanea mondiale e direttamente online sulle maggiori piattaforme digitali da giovedì 22 maggio

Per il suo ultimo lavoro, Ferrara ha preso spunto (e soltanto lo spunto) dalla vicenda di Strauss-Kahn, per poi trarre una storia sul viaggio infernale del protagonista all’interno della sua stessa natura deviata.
Il film inizia indubbiamente maluccio, con Devereaux (il protagonista, interpretato da uno strepitoso Gérard Depardieu) che viene subito ritratto come un depravato senza limiti morali.
La parte iniziale è intrisa di scene di sesso, anche piuttosto esplicite. Il regista non ci risparmia nulla, anche se forse avrebbe potuto servirsi maggiormente di sottintesi ed espedienti del caso.

Dal momento in cui Devereaux viene arrestato
con l’accusa di aver stuprato una cameriera dell’albergo in cui alloggiava, il film decolla mettendo in scena due elementi che contribuiscono a questo: le dinamiche personali del protagonista e la regia di Ferrara, che da questo punto in poi è decisiva.

Ferrara sfrutta al meglio le luci,
che sono perfette in ogni scena, dall’appiattimento del neon nella stazione di polizia, fino al calore e all’intimità suscitati da un chiaroscuro quasi caravaggesco nelle stanze dove il protagonista discute con la moglie.
Devereaux mette a nudo sé stesso, prima vivendo con remissione e rassegnazione le fasi dell’arresto, poi riconoscendo la propria patologia e la propria sesso-dipendenza, mentre vediamo la moglie (una sempre brava Jacqueline Bisset) impegnata nella titanica impresa di tessere le trame necessarie alla salvezza politica, giuridica e morale del marito. E anche propria, considerando che la vita matrimoniale dei due è perfettamente ritratta come un rapporto di forza, dove “stare insieme” è un affare da salvare più che il risultato di un amore, che per altro non esiste più.

Nonostante tutto ciò che gli accade
, il protagonista continua a sfruttare la propria posizione di potere per esercitare il suo fascino, cercando il sesso sempre e comunque, anche perdendo il controllo con donne non consenzienti. A questo occorre aggiungere l’interpretazione di Depardieu, con i suoi grugniti nelle scene di sesso, il suo corpo quasi caricaturale, segni del degrado fisico e morale dell’animo del protagonista, così lontano dalle polemiche e dalle accuse di maschilismo cui è stato bersaglio il film di Ferrara.

Un viaggio dentro e contro sé stesso
, fino alla decisione di incontrare uno psicologo, che porterà Devereaux a proferire un monologo graffiante e a una presa d’atto finale che mette in mostra in maniera coerente le dinamiche su cui la trama si dipana dall’inizio alla fine.
*** e ½, con un particolare elogio a Depardieu.

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