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01 Aprile 2014, 09.37

Quaderni di Cinema

NYMPH()MANIAC: la noia del sesso

di Nicola Cargnoni
In anteprima, la recensione di un capolavoro di 4 ore, diviso in due parti, con cui il regista danese Lars Von Trier realizza un affresco di vita.
Nei cinema dal 3 aprile con la prima parte e dal 24 aprile con la seconda

In un capolavoro incredibilmente variopinto e denso di metafore, argomenti di discussione e spunti di riflessione, per chiudere una ideale trilogia iniziata con Antichrist e Melancholia.

VOLUME I

L’idea che questo film sia stato stroncato in quanto “scandaloso ed esagerato” è l’unica cosa davvero oscena, soprattutto se si pensa al pattume che ogni week end si riversa nelle sale cinematografiche d’Italia e del mondo.
Il sesso (esplicito) è una costante, ma quasi sempre relegato sullo sfondo e in scene brevi. È il filo rosso della vita della protagonista, ma è assolutamente funzionale al racconto “di formazione e deformazione” che avviene durante tutto l’arco narrativo del film.
“Insensibilità e solitudine” sono due parole che caratterizzano l’approccio che la protagonista ha nei confronti della propria vita, anche mentre la racconta allo spettatore.

Della durata di 4 ore (ma per il mercato homevideo del 2015 Lars Von Trier vuole distribuire quella di 5 ore e mezza, dove non sono stati fatti i tagli necessari alla versione cinematografica e dove le scene di sesso e le inquadrature ai genitali sono molto più lunghe ed esplicite), il film è diviso in due “volumi”.

La prima parte inizia con il buon Seligman
, un anziano che si imbatte in Joe (interpretata da Charlotte Gainsbourg) che è a terra priva di sensi.
La soccorre e la porta a casa, offrendole assistenza e un tè caldo; Joe racconta la sua storia, definendosi fin da subito una ninfomane e cercando di spiegare a Seligman perché si trovava a terra ferita; lo fa partendo da molto lontano, dalla sua infanzia caratterizzata da un forte amore per il padre, un odio feroce per la madre e un fortissimo condizionamento dovuto all’influenza che la sua amica B. ha avuto su di lei.

Seligman fa da filtro con lo spettatore, ponendo a Joe domande e considerazioni che (quasi sempre) coincidono con quelle che lo spettatore vorrebbe fare alla protagonista.

Diviso in 5 capitoli, il “volume primo” è il racconto che la Joe adulta narra a Seligman, mentre i flashback ci mostrano la Joe giovane (Stacy Martin) alle prese con le vicissitudini della sua complicata vita sessuale.
Per Joe il sesso inizia da giovanissima, sulla spinta dei condizionamenti subiti dall’amica B. Per le due ragazzine il sesso è innanzitutto una ribellione all’amore, nascondendo però quel fondo di “insensibilità e solitudine” che anima la protagonista lungo tutto l’arco del film.

Durante il dialogo con il coltissimo e sensibile Seligman (che a un certo punto verrà definito “femminile” da Joe, certamente molto più di lei), il sesso sarà oggetto di continui parallelismi, che vanno dalle tecniche di pesca (e quindi dal gioco cacciatore/preda), fino alla descrizione della polifonia musicale, passando dai numeri di Fibonacci: parallelamente a queste descrizioni c’è la relativa corrispondenza con l’amante in questione (l’uomo adescato in treno se si tratta della pesca con la mosca, oppure i numerosi amanti che compongono il coro a più voci se si tratta di polifonia).

Gli indugi sulle scene di sesso sottolineano la monotonia di cui si sente vittima la protagonista.
Penetrazioni e sesso orale sono espliciti, al punto che per qualcuno potrebbe trattarsi di pornografia. Ma in questo caso lo spettatore non è eccitato dal contesto, piuttosto è incuriosito dalle dinamiche e cerca di cogliere più gli sguardi e i suoni che l’atto sessuale vero e proprio, che è pura routine nella vita della protagonista, la quale a un certo punto ammette di annoiarsi nonostante gli almeno dieci rapporti sessuali al giorno.

Regia e fotografia
sono naturalmente perfette, ma stiamo parlando di Von Trier e questo rischia di essere un argomento scontato.
C’è una luce fortissima nelle scene girate all’aperto, che si alterna a colori molto tenui in quelle interne, fino ad arrivare a un bianco/nero (osso di seppia) molto “onirico” nella scena dove la giovane Joe assiste il padre in ospedale.
La regia è quella caratteristica di Von Trier, con inquadrature fisse, pochissimi piani sequenza, un montaggio veloce e alcuni trucchi che arricchiscono il linguaggio del film, compresi alcuni fotogrammi che fanno da vere e proprie didascalie all’interno della narrazione.

VOLUME II

La seconda parte è leggermente più cervellotica, oltre a essere divisa in soltanto 3 capitoli.
L’inizio è in stile documentaristico, facendo emergere un senso di “realtà e verità” per poi far piombare lo spettatore in una dimensione surreale nella scena in cui la donna spiega il momento della “perdita dell’orgasmo”.
L’impianto stesso di questo secondo volume è più surreale, nelle dinamiche e nella narrazione. La giovane Joe lascia spazio a quella adulta, che si avvicina ai 50 anni di età, quindi vediamo la Gainsbourg protagonista a 360°.

Il primo capitolo riguarda la stabilità sessuale della protagonista, che va incontro alla maternità, affrontando anche argomenti spinosi come l’amore materno e la fedeltà coniugale. Ispirandosi ad alcune immagini religiose in casa di Seligman, Joe racconta la sua “discesa agli inferi” compiendo un viaggio dall’iconografia della chiesa orientale (immagini gioiose) fino a quella cattolica romana (immagini più dolorose).

L’incapacità di raggiungere l’orgasmo la porta a non averne mai abbastanza e a provare alcune esperienze estreme.
A un certo punto, dopo aver provato (e fallito) un “ménage a trois” con due neri, decide di rivolgersi a K. Questi di mestiere fa ogni sorta di violenza nei confronti delle donne, ma non pratica il sesso.
Riceve le donne nel proprio studio, che sembra un ambulatorio medico, e pratica la violenza come sostituzione dell’atto sessuale; questo frangente, narrativamente surreale nelle intenzioni, nelle ambientazioni e anche nella fotografia, è assolutamente significativo all’interno dell’impianto filmico.

È grazie alla violenza di K che la protagonista ritrova l’orgasmo, dando vita a una serie di riflessioni, tra lei e Seligman, riguardo l’origine di alcune devianze sessuali, oltre che a un intrinseco bisogno di violenza legato all’insoddisfazione sessuale.

Le digressioni filosofiche e letterarie di Seligman sono numerose, e arricchiscono la pellicola con molti aneddoti preziosi e interessanti, dando un tocco didattico al racconto; Joe ritrova l’orgasmo, ma le numerose sedute a casa di K la portano a trascurare il figlioletto.
Alla riconquista dell’orgasmo, quindi, corrisponde la perdita degli affetti, in una logica satanica, inesorabile e ineluttabile.

Il secondo capitolo, certamente quello più debole, vede Joe rivolgersi a un gruppo di sostegno, nel tentativo di “guarire” dalla sua ninfomania, patologia della quale, in realtà, non soffre, ma (anzi) ne gode per sua stessa ammissione.
Naturalmente anche questa esperienza fallisce, aprendo le porte all’ultimo capitolo.

In un altro episodio abbastanza surreale, Joe viene assoldata dal boss L. (Williem Dafoe) per incaricarla di recuperare crediti.
Come? Joe deve usare le proprie armi per scoprire i punti deboli (ovvero le devianze sessuali) dei debitori. Anche in questo caso il sesso è più parlato che visto, toccando argomenti delicati come il sadismo o la pedofilia; Joe scopre di avere una certa empatia nei confronti di alcuni deviati, sentendoli “soli” proprio come lei.
Con Seligman avviene l’ennesimo confronto tra lo spietato cinismo di Joe e il sentimentalismo dell’anziano. È il capitolo certamente più strano e cervellotico, pur essendo scorrevolissimo.

A un certo punto Joe deve trovare un’erede
per la sua attività criminosa. Aiutata dal suo capo, L., la donna trova e avvicina una ragazza, P., rispecchiandosi nel suo percorso di vita.
Tra le due donne c’è una forte empatia che porta a una vera e propria relazione, finché succede qualcosa che in un certo senso chiude il cerchio, fino a un finale degno del nome di Von Trier.

Complice della buona riuscita di questo prodotto, oltre alla magistrale regia di Von Trier, è un cast eccezionale. Christian Slater, Uma Thurman e Shia LeBoeuf danno un valore aggiunto alla prima parte.
Il regista, spesso accusato di misoginia, traccia un affresco incredibilmente efficace del mondo sessualmente deviato di una donna, ponendo il punto di vista femminile al centro dell’intera narrazione.
Il confronto con Seligman, che non giudica e non ha preconcetti nei confronti della donna, fa sì che il racconto sia privo di qualsiasi vena moralistica.

La sensibilità del regista si rivela enorme e in un certo senso si può considerare questo film come il sunto della sua filmografia.
I temi toccati sono davvero tanti e magari qualcuno poteva essere sviluppato meglio. Ma al di là di come sono trattati gli argomenti, ciò che interessa è il punto di vista di una donna “malata di sesso”, ma non vista come una “scostumata”, bensì si vuole dare una connotazione patologica al continuo bisogno di sesso, che nasce da problemi ben più profondi di semplice devianze o manie.

Si affrontano tematiche forti, psicologicamente violente, dalla solitudine alla pedofilia, passando per l’empatia che può nascere tra disagiati, emarginati e depravati.

Come già detto, l’unica cosa scandalosa è l’accoglienza che è stata riservata a questo film, soprattutto dalle aziende di distribuzione.
L’altra cosa scandalosa è la locandina, che ritrae tutti gli attori del cast (ma proprio tutti) in una posa “orgasmica”, facendolo sembrare un film porno, mentre gli unici che vediamo nudi sono soltanto pochissimi di loro.
Il padre di Joe (Christian Slater), il signor L (Williem Dafoe), la signora H (Uma Thurman), sono più che vestiti, eppure sulla locandina appaiono come in preda a incredibili convulsioni sessuali.
Probabilmente è una scelta commerciale, ma mi piace pensare che la produzione abbia voluto rappresentare così “il deviato mondo di Joe” (giusto per parafrasare il mondo di Amelie).

A un certo punto Joe, mentre parla con Seligman, ammette di vergognarsi di alcune sue reazioni che per lei sono normalissime, consapevole però del fatto che non lo siano per la società.
Seligman le risponde che il sesso per lei è la sua reazione alle crisi emotive, e che nella letteratura ci sono esempi sicuramente peggiori.
Ecco, io credo che per il cinema valga la stessa cosa: accanto a capolavori come Nymphomaniac, bollati come scandalosi e inappropriati, ci sono esempi sicuramente peggiori, che non danno certo alcun contributo alla crescita artistica del linguaggio cinematografico.

Senza dubbio **** piene, è uno dei film dell’anno.

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