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13 Ottobre 2014, 06.45

Eppur si muove

La Lanterna e il Lago

di Leretico
In ottobre piove. Piove molto e in alcuni luoghi troppo. E sarà anche colpa dell'effetto serra, sarà la sfortuna, a Genova in pochi anni hanno avuto due alluvioni distruttive

Le bombe d'acqua continuano a ripetersi: Peschici e Gargano poco tempo fa, Messina il primo ottobre  2009, Vicenza il primo novembre 2010, le Cinqueterre il 25 ottobre 2011, Genova il 4 novembre 2011, Carrara e Grosseto l'11 novembre 2012, Olbia il 18 novembre 2013.
L'acqua cade copiosa, le bestemmie in pari quantità, ma l'attitudine della burocrazia italiana a fare spallucce rimane uguale.

Si stanziano milioni, si scrivono titoloni, si imbrodano i creduloni con i medesimi copioni.
Sull'onda delle emozioni, dopo le onde fangose delle acque incontenibili, si proclamano le intenzioni, si accusano astratti enti posti a "protezione", a tutti sembra giusto lo studio, l'approfondimento, la ricerca delle responsabilità, ma poi si aspetta indolenti la prossima bomba, la prossima tragedia.
All'inizio l'acribia nella ricostruzione dei fatti si spreca in ogni direzione, come fosse finalmente venuto il momento della ghigliottina per i colpevoli, alla fine i responsabili diventano fantasmi imperscrutabili che mai si materializzano, che fantasmi sarebbero altrimenti!

Mentre gli "angeli del fango" sono gli unici che si tirano su le maniche e spalano il fango, appunto, i sindaci di turno si fanno fulminare dagli improperi popolari. Come dare torto alla gente arrabbiata?
Insomma a Genova torna in scena, dolorosamente, la sceneggiata del disastro prevedibile ma impreveduto, degli allarmi non dati in tempo, delle bombe cadute senza bussare alle porte dei meteorologi, e se pure avessero bussato nessuno avrebbe aperto: dormendo si abbassano le capacità sensitive, si sa.

Fin qui dunque tutto italianamente normale, irredimibile.
Ciò che invece suona diverso è la giusta polemica sui fondi stanziati, ma non utilizzati per mettere in sicurezza i luoghi di Genova colpiti nel 2011, e nuovamente distrutti pochi giorni fa.
Come un mantra risuona nelle orecchie degli inviperiti cittadini la parola "TAR" (Tribunale amministrativo regionale). Ormai nell'immaginario popolare questo ente è diventato un mostro dantesco, che condanna con il torciglio della coda.

Tutto si blocca al TAR, tutto si ferma. Quando qualche opera importante deve essere realizzata, non vi preoccupate si fermerà al TAR.
Qualcuno intelligentemente vorrebbe installare il TAR nella laguna veneta in sostituzione del MOSE, per fermare l'acqua alta a Venezia: vana speranza, non ci sarebbero tangenti da spartire.

Non siamo pessimisti, il TAR è un tribunale.
È lì per far giustizia, non per negarla, non credete? Purtroppo funziona perfettamente, ma al contrario: quelli che vogliono bloccare si rivolgono al TAR e ci riescono. È efficientissimo nel fermare ogni buona intenzione, ogni sano progetto di intervento. Il senso della Giustizia, soprattutto in Italia e in special modo con il TAR, è quello di essere perfetto mezzo di premeditata ingiustizia.

Chi volesse infatti bloccare opere importanti per la sicurezza di un territorio potrebbe bussare con vendicativa intenzione alla porta del TAR per ottenerne sacra soddisfazione.
L'usciere claudicante, richiestavi la motivazione per la visita, vi porterebbe lungo interminati corridoi adibiti a conservare i fascicoli delle cause inevase, migliaia e migliaia e migliaia, e dopo faticato e labirintico percorso vi introdurrebbe in un cavernoso ufficietto nelle carsiche fondamenta dell'edificio, e vi intimerebbe la sosta davanti a un calcinato sportello.
Lì un moderno Minosse pieno di timbri, dietro una polverosa scrivania dotata di schermo antidiluviano, registrerebbe il vostro ricorso-invettiva, che tutto blocca, e tronfio vi consegnerebbe la ricevuta, non si sa mai si perda in mezzo a tutta quella carta.
"La carta ci uccide, mi creda" vi risponderebbe ad un cenno o domanda.
"È questo il nostro destino", penserete amaramente, credendo che non ci sia di peggio.

È qui vi sorprendereste: esiste una valle lombarda, amena e ridente, nomata Vallesabbia, che si fa purtroppo poco ridente quando verso Idro, poco prima del suo lodevole lago alpino, si legge che qualcuno ha serie intenzioni di difendere le sue dolci sponde, da malintenzionati certo, brutti e cattivi!
"Che bravi, vogliono difendere il proprio territorio" pensereste, credendovi in intelligente compagnia di costumati valligiani dediti alla salvaguardia del futuro dei propri figli.
E qui sorpresa, appunto: la tristezza traditrice vi prenderebbe sapendo che, così come a Genova milioni di euro sono stati stanziati da tempo per la messa in sicurezza della città e giacciono incredibilmente non spesi per bizze burocratiche, così a Idro, udite udite, decine di milioni sono stati stanziati per le opere di sicurezza del territorio e non si è voluto assolutamente impiegarli.
"Ma va là! Non ci credo!" vi lascereste scappare.

Eh sì, invece è così, e quel che è peggio è che a Idro, pensando che le alluvioni possano venire sempre e solo a Genova, la richiesta di bloccare la messa in sicurezza del territorio è venuta, doppia sorpresa da far accapponare la pelle per l'orrore, proprio dal comune.
Coloro che potrebbero avere i danni peggiori di una bomba d'acqua e di una conseguente diruta alluvione con frana all'emissario del lago, proprio loro, fieri, puri, eroi dalla brillante corazza e dal finissimo ingegno, rifiutano i denari per salvare i propri concittadini e tutta la valle limitrofa da un sicuro disastro in caso di alluvione.

Tutto a Idro va al contrario, l'acqua risale dai fiumi ai monti, gli uomini camminano sulle mani, le auto scivolano per le strade sulla capotte ruote all'aria, e chi dice di difendere il lago, proditoriamente lo offende.
Solo così si spiega perché Minosse sia l'idolo idrense preferito, con tutti i ricorsi al TAR che quei baldi lacustri hanno presentato per rifiutare i soldi destinati a salvarli dalle catastrofi.

Verrebbe da proporre di mandare quei soldi a Olbia o a Vicenza, dove saprebbero utilizzarli meglio, almeno a lenire le ferite al territorio e le offese inenarrabili agli abitanti.

Che strano mondo il nostro, autolesionista fino alla contraddizione, chi tanto e chi niente, tra furbi e ingenui, tra immobiliaristi travestiti da mammoline e ambientalisti insensibili alle colate di cemento.
Un mondo al contrario, "sin verguenza", direbbe Cervantes, dove nemmeno le alluvioni riescono più a far tornare le umane genti alla ragione, al buon senso. Triste e decadente destino, non c'è altro da dire.

Leretico
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