Sei eliminata!
di Ezio Gamberini

Venerdì sera di metà marzo, terminata la giornata e settimana lavorativa, rientriamo a casa e affrontiamo l’ultima curva che conduce al nostro villaggio


Che succede? Per la prima volta in questa stagione la via è popolata da una moltitudine di ragazzini e genitori che, a gruppetti, chi giocando a palla e chi impegnato in altri svaghi, si sta godendo questo tramonto ancora piuttosto rigido, ma dal sapore già primaverile, con l’ambiente allietato da tre o quattro giorni filati di solettino incantevole.

Rallento la velocità e vado ai tre l’ora, com’è consigliabile in questi casi, e giunti davanti al nostro cancello, che dovrò aprire per depositare l’autovettura in garage, Grazia scende per vigilare sui piccoli.
Proprio lì accanto, due bimbe stanno disputando una partita a “palla avvelenata”, e la piccola C., sei anni di simpatia che sta giocando con l’amica I., estroversa e burlona, “molto” più anziana di uno o due anni, colpisce Grazia con la palla e le dice: “Sei eliminata!”, per poi mettersi a sghignazzare a crepapelle…

Che ridere. Questo villaggio è proprio benedetto dal cielo, e la prova è data dal fatto che gli ultimi arrivati, i due gemellini che ormai hanno compiuto due anni, e la piccola G., che non arriva ai cinque, aspettano un fratellino/sorellina (anche se quest’ultima, nell’apprendere la notizia, ha confidato ai genitori che, comunque, “andava bene anche un cagnolino…”); altre due nuove comparse, che vanno ad aggiungersi alla trentina di figlioli che già popolano la mia via don Belli, e che teoricamente occuperanno il posto dei nostri due figlioli, i maggiori, che da due e tre anni sono andati a vivere da soli.

Quest’abbondanza (o sovrabbondanza, se paragonata all’ordinaria natalità di oggi), mi fa tornare alla mia infanzia e al condominio in cui sono nato ed ho vissuto fino a quando Grazia ed io ci siamo sposati.

I miei vi entrarono nel 1959, quando le “Villette” erano nuove di zecca.
Nonostante il soprannome col quale sono state sempre ricordate, si trattava di un condominio suddiviso in due “scale da otto appartamenti ciascuna, distribuiti su quattro piani.
Io nacqui l’anno successivo e adesso voglio proprio divertirmi a ricordare quanti figli eravamo: facendo due conti, sono certo che mi e vi stupirò per il numero esorbitante!

Il caseggiato era di quattro piani, e noi ragazzi non usavamo troppi sofismi nel considerare il primo come “piano terra”, perciò io abitavo al primo piano, e l’ultimo era indubitabilmente il quarto, e non il terzo, come sarebbe valutato oggigiorno da chiunque.

Noi eravamo in cinque figli, io buon ultimo, con mamma e papà (e metto in memoria sette), sopra di noi abitavano gli A., che di figli ne avevano sette (sommiamo altri nove), al terzo piano i C. ne avevano soltanto una (i figli unici allora erano piuttosto rari), mentre al quarto, i figli dei C. erano tre, mediamente parecchio più anziani di noi; sull’altro lato della scala, e ora elencherò soltanto il numero dei figli, al primo piano i V. erano due, un B. al secondo, due N. al terzo e due Z. al quarto.

Nell’altra scala, partendo dal lato interno, al primo piano c’erano due T., tre P. al secondo, tre A. al terzo, tre S. al quarto, mentre sull’altro lato c’erano due signore anziane, sole e senza figli, al primo e al terzo, mentre al secondo due G. e al quarto una B.
Questa è la “formazione tipo” del condominio tra la metà e la fine degli anni sessanta: in totale trentasette figli e trenta adulti!

Se consideriamo l’odierna densità abitativa dell’Italia, che è pari a circa duecentocinque abitanti per chilometro quadrato (circa sessantadue milioni di abitanti su trecentouno mila kmq), operando una trasposizione dei dati che ho fornito (sessantasette abitanti in un condominio di quattro piani lungo circa quaranta metri e largo dieci), si otterrebbe una densità “aberrante” di circa centosessantasettemilacinquecento individui per chilometro quadrato!

Ma io, che sono una persona posata e non voglio esagerare dicendo ferloccate, ho l'intenzione di considerare anche la superficie del fabbricato comprendente il cortile che lo circonda (circa milleottocento metri quadrati in totale), e scendiamo così a una densità di trentasettemiladuecento; sulla base di questo secondo dato, l’Italia conterebbe qualcosa come undici miliardi di abitanti, rispetto ai cinquanta miliardi del primo caso…

Vi lascio immaginare cosa poteva succedere nelle belle giornate, quando la sera ci si ritrovava nel cortile.
Pur con età diverse (ma circa una trentina erano nati nell’arco di dieci anni), ci si divertiva fino a quando non faceva buio, e c’era solo l’imbarazzo della scelta: potevamo giocare a palla, oppure svagarci in interminabili partite a nascondino, o a ciancol, cavai, mago, figurine, biglie, costruire fionde o elastici con le camere d’aria delle biciclette, catturare maggiolini o lucertole, oppure ci si prendeva sottobraccio e si urlava “Chi zöga a guere?”, mentre le ragazze preferivano palla avvelenata o cipana, strega comanda color, rialzo, oppure, promiscuamente, dame e cavalieri con le penitenze dire-fare-baciare-lettera-testamento

Di certo non eravamo stressati, e l’adrenalina scorreva a fiumi.

Brutto segno quando si anela al passato, come mi capita di fare sempre più spesso?
Niente affatto, anzi, al contrario, quando nel mio villaggio scorgo assembramenti di bimbi e ragazzini scatenati che si divertono follemente, non mi rattristo pensando al fatto che per me tutto questo è ormai passato, ma gioisco e sono felice, perché mi sembra di rinascere, ogni volta, come se fosse una nuova Pasqua.



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