La morte di Ivan Illich
di Leretico

In nome del paradiso in terra promesso dalla tecnica, abbiamo eliminato il morire dal nostro vocabolario, è diventato ripugnante come lo è il diventar vecchi e come lo sono tutti quei segni che denunciano la vecchiaia


Ho ripreso in questi giorni il racconto di Tolstoj intitolato “La morte di Ivan Illich” ma l’avevo letto circa dieci anni fa, sull’onda di un’altra lettura, quella di un piccolo saggio di Leonardo Sciascia intitolato “La medicalizzazione della vita”, presente nella raccolta “Cruciverba” (1983).
Quella impostazione sottolineava come ci fosse stato per ogni nazione, per ogni civiltà, un momento in cui dalla tradizionale ritualità di preparazione alla morte si fosse passati, scienza permettendo e strutture ospedaliere presenti, alla completa dimenticanza di quei rituali, banditi come superstiziosa ignoranza.

Ma nell’abbandonare quei rituali in fondo se ne acquisivano altri, figli dell’ideologia positivista e poi razionalista dell’Ottocento e del primo Novecento.
Da quel momento non si andava più in ospedale per morire, ma per curarsi.
Il medico che prescriveva cure e medicine non era più malvisto, ma necessario a salvarsi la vita.

Da quel preciso momento, l’uomo tecnico, seppur fosse indubbiamente cosa buona il guadagnato aiuto della scienza per la cura della salute, cominciò a vergognarsi della morte, cercò di cancellare, insieme alla tradizione, anche il terrore della nera signora, di fare come non ci fosse, di non nominarla credendo che l’evitare di parlarne potesse magicamente allontanarla per sempre.

In nome del paradiso in terra promesso dalla tecnica, abbiamo eliminato il morire dal nostro vocabolario, è diventato ripugnante come lo è il diventar vecchi e come lo sono tutti quei segni che denunciano la vecchiaia: cose da nascondere, da eliminare, da botulinizzare, stirare, arrotondare, gonfiare, trasformare in maschera sotto la quale celare la vergogna della morte che quei segni indicano.

Insieme alla morte, insomma, abbiamo dimenticato anche la vita
e quali siano i motivi per cui vale la pena viverla.
E nel momento della morte l’angoscia è più forte e più lacerante proprio perché abbiamo voluto cancellarla.
Questa è una parte della storia che Tolstoj voleva raccontare.

Dunque, è proprio nel momento di passaggio
dalla tradizione alla “medicalizzazione della vita” che Tolstoj scrisse “La morte di Ivan Illich”.
Era il 1884 e nella Russia zarista la classe borghese più abbiente era rappresentata dagli alti funzionari pubblici, giudici e procuratori, come era appunto Ivan Illich, il protagonista del racconto.

Vincenzo Cerami, brillante sceneggiatore italiano, scomparso recentemente
, ha indicato, in un suo ottimo saggio sulla scrittura intitolato “Consigli ad un giovane scrittore” (2002), il racconto di Tolstoj non solo come capolavoro letterario ma anche come esempio di struttura narrativa cinematografica.
La storia si apre infatti partendo da un personaggio secondario, Petr Ivanovic, collega di lavoro di Ivan Illich Golovin, che apprende la notizia della morte di quest’ultimo dalla lettura del giornale in ufficio, annunciandola con enfasi ai colleghi in quel momento riuniti per discutere di un caso molto popolare a quel tempo nelle aule di giustizia russe.

La sorpresa di questa morte nascondeva però il cinismo della redistribuzione degli incarichi, e quindi degli stipendi: qualcuno moriva, qualcun altro prendeva, con vantaggio, il suo posto.
Niente di rimproverabile, tutto molto asettico, tutto nella logica di un adeguato e corretto funzionamento degli uffici, di un’oggettiva continuità istituzionale.

La macchina da presa segue Petr Ivanovic durante la sua visita nella casa di Ivan Illich, ci fa scorgere il viso cereo del morto, ci mostra il colloquio privato di Petr con la vedova Praskovja Fëdorovna, bassa, grassa e informatissima di tutti i meccanismi per ottenere denaro dall’erario in caso di morte di un suo funzionario; ci fa scorgere il mondo che fu di Ivan Illich: quella parte della società russa di fine Ottocento arida, falsa nei sentimenti e irrimediabilmente materialista, tanto, troppo somigliante al nostro quotidiano.

Anche se il moralismo dell’autore in questo incipit emerge un po’ pedante, sappiamo che è anche un espediente tecnico: Tolstoj vuole creare sin dall’inizio il contrasto, la tensione tra due modi di vedere il mondo che si risolve solo nelle ultime pagine.

Ivan Illich era un uomo per bene, si faceva apprezzare sia in privato che in pubblico per i suoi modi e la sua competenza.
Fece carriera come giudice istruttore.
Nonostante trasparisse dalle sue scelte l’ambizione da un lato e la cura per il decoro pubblico dall’altro, non disdegnava i divertimenti legati alla sua posizione, ma mai oltre i limiti, mai che gli si potesse rimproverare alcunché.

Viveva piacevolmente e quando si sposò, nonostante potesse sperare in un partito più brillante, scelse Praskovja Fëdorovna perché “era graziosa e di famiglia nobile; possedeva un piccolo patrimonio...
Lui, Ivan Illich, aveva il suo stipendio, lei, almeno così egli sperava, avrebbe portato altrettanto.
Buona nascita, carina, attraente e molto per bene. Dire che Ivan Illich si sposava perché amava la fidanzata e trovava in lei piena consonanza con le sue idee sulla vita sarebbe stato altrettanto inesatto quanto dire che egli si sposava perché la gente della sua cerchia approvava questo partito. Ivan Illich si sposava per entrambe le ragioni: faceva cosa gradita a se stesso e, al contempo, faceva ciò che la gente dell’alta società riteneva giusto fare”.

Ecco il primo spunto, la prima scelta importante
, condizionata dalla troppa ammirazione per i nobili facoltosi che frequentava, per quell’alta società a cui aspirava di appartenere e di cui incondizionatamente lodava l’estetismo e ne imitava la forma.
Nacquero due figli e la moglie da carina e graziosa si trasformò in querula ed esigente.
La vita decorosa e piacevole di prima divenne pesante e difficile. Ivan Illich si difese rifugiandosi sempre di più nel lavoro, evitando i contrasti più gravi in famiglia generati dall’infelicità della moglie, così chiaramente legati alle necessità economiche sempre più elevate, ma disattese, che una certa qualità di vita mondana esigeva.

La carriera di Ivan Illich continuò nonostante tutto a dargli delle soddisfazioni: nuovo incarico a Pietroburgo, nuovo stipendio più elevato, nuova casa.
Questo fatto lo riconciliò momentaneamente con la moglie e lo impegnò nell’arredamento della nuova casa con passione: avrebbe dimostrato a tutti il suo raffinato senso estetico. Non si accorgeva però di non essere diverso dalla moltitudine di mediocri esteti che facevano il verso alla nobiltà danarosa di quei tempi. I suoi vagheggiamenti erano insipidi anche se gli sembravano sublimi.

Un giorno, mentre su una scaletta mostrava al tappezziere come voleva un certo drappeggio
, cadde e nel tentativo di tenersi in piedi batté il fianco contro la maniglia della finestra.
Per un po’ la botta gli fece male poi il dolore passò e lui se ne dimenticò, ma da quel momento la sua vita cambiò totalmente.
Dopo qualche tempo il dolore al fianco ricomparve e non lo abbandonò più, rodendolo dall’interno a poco a poco. In breve le sue condizioni peggiorarono gravemente preannunciando l’inevitabile.

Purtroppo i famigliari non gradirono molto il peso di ciò che questo comportava
: moglie e figlia, distratte dalla vita mondana, consideravano la malattia di Ivan Illich l’effetto della sua cattiva attitudine a seguire le prescrizioni dei medici.
Il figlio, quasi inesistente, era incapace di dialogare con il padre, né sapeva portargli il benché minimo conforto per la condizione in cui suo malgrado si era venuto a trovare.
In quei duri momenti, tra medici costosi che non trovavano la desiderata soluzione e parenti che lo rimproveravano per la sue insofferenti reazioni, mentre si rendeva conto che nessuno lo capiva né lo compativa, emerse la figura del servo Gerasim, pronto a sorreggerlo, a lenirgli il dolore facendogli tenere le gambe in alto appoggiate alla sua schiena.

“ - Gerasim - disse debolmente Ivan Illich...
- Cosa comandate?
- Penso che per te non sia piacevole tutto questo. Scusami. Ma non posso da solo.
 - Ma che dite! - i suoi occhi brillarono e il sorriso scoprì i suoi giovani denti bianchi. - Perché non dovrei farlo? Siete malato”.

Ci colpisce la semplicità di queste parole perché ci rendiamo conto che in esse si nasconde tutto il senso del racconto: in esse c’è quell’amore, quella considerazione che un malato dovrebbe ricevere dai suoi familiari e che Ivan Illich poteva solo sperare dai suoi.
Quell’amore disinteressato, tanto vero quanto mai era stato presente in tutta la vita del giudice malato di cancro, si manifesta come una luce nella tenebra della malattia e della falsità che minacciosamente aleggia in tutte le pagine del racconto.

Ivan Illich si rese conto che ciò che stava affrontando era la morte.
Nello studio in cui si era rifugiato per non dover condividere il suo dramma con persone che ormai odiava, si chiese il motivo di tanta sofferenza, si chiese perché Dio fosse assente in quel momento di estrema solitudine.
Mentre piangeva, convinto che un uomo per bene come lui non meritasse tanto dolore, cominciò a tornare indietro con la memoria per evocare i momenti migliori e felici della sua vita. Ne trovò pochi e solo nella gioventù ormai lontana. Una precisa convinzione cominciò a formarglisi:
“Forse non ho vissuto come dovevo - gli venne in mente all’improvviso.
Ma se ho sempre fatto tutto secondo le regole?”

È il passaggio fondamentale, il primo avvicinamento al senso ultimo della sua vicenda; ma ancora faceva resistenza, ancora credeva di aver fatto il meglio rammentando la sua vita decorosa, corretta, ligia alle regole.
Solo in conclusione, giunto all’estremo delle forze, quando la moglie gli si avvicinò per rincuorarlo dopo l’estrema comunione che il prete gli aveva portato, in lacrime capisce:
“È sbagliato. Tutto ciò di cui hai vissuto e vivi è menzogna, inganno, che ti nasconde la vita e la morte”.

Solo alla fine quindi, all’ultimo istante, Ivan Illich si rese conto di quanto vuota e mediocre fosse stata la sua vita.
Aveva scelto ciò che la società riteneva giusto, si era adeguato senza lottare, senza scavare in quel presentimento, che pure aveva avuto, che lo avvertiva della futilità di certe conquiste, di certe ambizioni.

Noi ci immedesimiamo in Ivan Illich, nelle sue scelte sempre ragionevoli, garbate, auspicabili, del giusto compromesso.
Ci immedesimiamo perché come lui, piangeremmo di fronte a quella morte e all’angoscia che il pensiero di essa ci provocherebbe. Non siamo forti abbastanza per capire che la nostra vita piena di cose, nonostante la nostra rettitudine, la nostra continua apologia della virtù, rimane aridamente vuota se non riusciamo a scegliere per il bene, per l’amore, per la vera amicizia in modo concreto come nel racconto ha fatto Gerasim, il servo dal bianco sorriso.

Ivan Illich muore, ma noi sappiamo finalmente per cosa vale la pena vivere.

Leretico
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