Jersey boys: l'ultima fatica di Clint nei cinema
di Nicola ‘nimi’ Cargnoni

L’ottantaquattrenne attore e regista Clint Eastwood prosegue sulla strada del racconto narrativo cinematografico, tracciando la storia di Frankie Valli e della sua band.


Chi ricorda i The Four Seasons e alcuni dei loro maggiori successi?
Stiamo parlando di canzoni come «Rag doll», «Sherry» o «Who loves you», vere e proprie precorritrici della moderna Pop music, tanto che nel 1999 sono stati inseriti nella Vocal Group Hall of Fame.

Molti di voi conoscono sicuramente «Can’t take my eyes off you», successo personale di Frankie Valli, che dei Four Seasons era il cantante e leader.
È sulla loro storia che Eastwood basa il suo ultimo lavoro, mescolando sapientemente il cinema drammatico al musical, creando un’alchimia interessante e ben riuscita, che non abbandona mai lo spettatore sulla sua poltroncina.
Ed è proprio da un musical di Broadway, sceneggiato da Marshall Brickman, che Eastwood trae questa pellicola, avvalendosi della sceneggiatura di John Logan («Il gladiatore», «The aviator», «Hugo Cabret»).

La storia prende spunto dall’ambiente del New Jersey degli anni Cinquanta, tipicamente italo-americano, caratterizzato da forti legami famigliari e una insinuante presenza della mafia, tanto che il materiale di partenza potrebbe essere tipico di un film di Martin Scorsese.
Frank Castelluccio e Tommy DeVito sono amici fraterni e crescono insieme sulle strade del New Jersey, tra furtarelli e serate passate nei club a suonare, fino a quando decidono di creare un gruppo, momento in cui Frank assume lo pseudonimo d’arte Frankie Vallie.

La pellicola racconta dell’ascesa e del successo dei The Four Seasons, dell’ingresso di Bob Gaudio nel gruppo, dei legami che si vengono a creare tra i membri e, soprattutto, dei guai a cui Tommy DeVito sottopone i compagni di avventura.
Il regista sottolinea quel legame familistico, tipicamente italiano, che stringe fra di loro i protagonisti della vicenda, anche nei momenti più bui e più difficili. Non è solo la storia di una band musicale, ma è anche la storia di una cultura, di una serie di dinamiche e di fattori che caratterizzano i protagonisti che prendono parte alla scena, oltre a essere la storia di un luogo, il New Jersey.

Gli spunti sono parecchi e tutti molto interessanti;
la narrazione è spesso affidata ai protagonisti, in prima persona, con l’espediente dello “sguardo in camera” e del rapporto personale tra personaggi e spettatore mentre attorno si svolge l’azione.

Le interpretazioni sono ottime, soprattutto per quanto riguarda le parti cantate: l’attore John Lloyd Young riesce a modulare benissimo la voce di Frankie Valli, compiendo un lavoro impeccabile e apprezzabile sotto ogni punto di vista, anche quello della “presenza scenica” e del carisma che riesce a trasmettere.
Per il resto, la regia è piuttosto priva di slanci, a parte un paio di momenti notevoli (per esempio, il carrello verticale sul palazzo dell’industria discografica a Broadway) e altri, invece, piuttosto ordinari (ed evitabili); ma da Eastwood non ci aspettiamo certo lo sperimentalismo che ad altri registi, come Resnais, ancora a novanta anni è valso un premio all’originalità.

Da Eastwood ci aspettiamo storie, più o meno famose, raccontate sotto una luce crepuscolare, in un’atmosfera che pare sempre essere “in sospensione”, dove i momenti belli sembrano nascondere, naturalmente, alcune pieghe inaspettate del destino.
E questo, il buon Clint Eastwood, lo sa fare molto bene, anche a 84 anni, prendendosi i suoi rischi; e a noi resta soltanto il dovere di riconoscergli il merito di questo.

Valutazione del film ***½.


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