L'irrevocabile
di Itu

Alle donne la maternità insegna delle sfide che vanno oltre il dolore e le risorse idealizzate, c'è in gioco sempre qualcosa che emerge da lontano e dal più profondo dei mari



La maternità è un progetto che si dipana lungo tutto il sentiero segnato dalle donne che senza sapere, senza volere e fortunatamente spesso in coscienza segue il comune destino.

Durante la gravidanza si capisce che tutto cambierà, ma il tempo tra il travaglio e la nascita in ogni ricordo spiega alle donne quel che c'è di possibile nella fatica di dividere e riunire, di ascoltare e scegliersi, di soffrire senza sapere quale la meta più giusta.

Si gioca tra la vita e la morte in barba a tutte le più rassicuranti cliniche e strumenti medici, si sta sul limite che sprigiona endorfine a volontà, è una pioggia torrenziale di sudore e di sollecitazione a superare la prova, per questo si continua a nascere (ed anche a morire).

C'è però nella mia storia di travaglio qualcosa che non so se accomuna me a tutte le altre madri o è una delle allucinazioni che passano veloci in quei momenti: distintamente ho sentito quando i miei due figli sono arrivati al pavimento pelvico e prima ancora delle ultime spinte quell'irrevocabile urgenza di sfidare i nostri destini.
Una specie di scossa, non più il dolore del travaglio e neppure quello attivo del parto, come il rumore degli ormeggi sott'acqua, un cleng cleng di catene sommerse, è partito un brivido che dal coccige si è frantumato nella testa ed ha spiegato tutto al cuore.

Ogni volta che chiudo gli occhi per non voler vedere il peggio che m'immagino ho quella sensazione che riemerge, a volte non si può proprio far nulla se non attendere le spinte più forti per vedere qualcosa che era solo ideale.

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